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La Svezia non ha solo l'Ikea

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13 Novembre 2017, i banconi di un pub di Dublino rispecchiano i colori delle curve dello stadio San Siro durante lo spareggio Mondiale, maglie gialle da una parte e maglie azzurre dall’altra. Italia Svezia vale l’accesso al Campionato del Mondo di calcio in Russia e forse qualcosa in più per gli Italiani. 90 minuti di elettrica tensione per entrambe le fazioni di sostenitori durante i quali al composto urlo scandinavo “Sverige Sverige” gli Italiani rispondono con un burlesco "Avete solo l'Ikea" e un più pacato e compatto “Merda Merda”. Forse due cori da stadio, forse un semplice sfottò sportivo poco nobile, di sicuro epiteti che riconducono a due incapacità di una sottile fetta del popolo italiano: l’essere sportivo e l’apprezzamento di modelli e comportamenti funzionali ed estremamente diversi da quelli propri.

Ciononostante, la domanda nasce spontanea: “Ma alla fine e' vero che la Svezia ha solo l’Ikea?” 

Vediamo un po'. La Svezia è il settimo paese più ricco del mondo in termini di prodotto interno lordo pro capite, con una solida economia fortemente improntata sull’esportazione di materie prime. Oltre all’Ikea il Paese Scandinavo annovera aziende di stampo mondiale come Volvo, Ericsson, Vattenfall, giusto per citarne alcune, e le solide basi economiche, politiche e sociali garantiscono un elevato tasso di occupazione (76.2%). Giusto per celebrare i numeri, la Svezia ha la quarta economia più competitiva al mondo e il suo sforzo di ridurre a zero l’uso del carbon fossile la rendono la nazione più all’avanguardia nell’ambito della Green Economy insieme alla Danimarca. E la ricerca e lo sviluppo? Bene, la Svezia stanzia annualmente oltre il 3.5% del prodotto interno lordo per ricerca e sviluppo, rendendo l'investimento svedese in questo settore il secondo più alto al mondo in termini di percentuale di PIL. Se poi vogliamo spostare l’attenzione in ambito culturale e sportivo la Svezia ha dato i Natali a Ingmar Bergman, Ingrid Bergman, Greta Garbo, a sette premi nobel per la letteratura, a Stieg Larsson, Dolph Lundgren, Bjorn Borg, Zlatan Ibrahimovic e perché no, agli Europe e agli Abba. Non male per una nazione di poco più di 10 milioni di abitanti.

E l’Italia? L’Italia ha tutto, non bisognerebbe neanche parlare della maestosità della sua terra e dei suoi testimoni perché è semplicemente stracolma di storia, di cultura, di tradizioni variegate, figlie di tutte le culture e dei popoli che l’hanno forgiata nei secoli. L’Italia è lo splendore dei suoi paesaggi, l’Italia è fatta dalla sua gente unica, calorosa, ingegnosa, l’Italia è un’area di rigore dove se ci passi tutto può accadere, la Penisola è un magnifico lembo di terra che per secoli ha ispirato artisti, poeti, viaggiatori, conquistatori. L’Italia è qualcosa che va oltre la mera idea di nazione, Italia è una parola che l’intero mondo invidia, che fa innamorare la gente non appena viene pronunciata. 

Ma l’Italia è anche il costante declino attuale, una nazione in vendita, una nazione che vive dei fasti di ciò che è stato invece di consolidare le sue infrastrutture, le sue strutture sociali, politiche, economiche e di imporsi nel mondo. L’Italia è la nazione della contraddizione dove a 20 anni sei troppo giovane ed inesperto e a 30 anni sei vecchio e inutile. L’Italia è una nazione governata da una classe politica che si è solamente alternata negli ultimi 30 anni divorando il divorabile e distruggendo il distruggibile. L’Italia sono le mafie che la inquinano attecchendo in un territorio reso fertile da decenni di mancata opposizione e collusione. L’Italia è la nazione dei dinosauri immobili che formano scrupolosamente i figli della Patria per poi obbligarli ad esiliarsi altrove. L’Italia del giorno d’oggi è la TV spazzatura che standardizza negativamente masse di giovani alla ricerca di modelli da seguire e denigra gli intellettuali che cercano di mantenere accesi i lumi. L’amata Penisola italica terra di estro, cuore e lavoro marcia nel fango stagnante che frena il progresso e qualsiasi forma di slancio. Come un magnifico tiro di punizione allo scadere che scavalca la barriera avversaria e si stampa all’incrocio dei pali quando il grido del gol è ormai in gola, l’Italia ti fa intravedere i sogni per poi sbatterti in faccia la fredda realtà quando credi di averli raggiunti. 

Ma gli italiani veri non mollano, sono dei terzini di spinta che corrono su e e giù lungo la fascia laterale, cercano di imporsi in patria, di trovare la loro strada dribblando ogni ostacolo al fine di ottenere con merito quello che nepotismi e favoritismi sottraggono, e quando poi la battaglia diventa vana, molti di loro varcano i confini nazionali e si rifugiano in terre straniere custodendo l’estro, la voglia di vincere, la determinazione ma anche i demoni e i semi delle contraddizioni, dei pregiudizi e degli stereotipi piantati da chi ha provato a controllarli.  

E quando in una notte di novembre nei bar o pub del mondo dove i nostalgici emigrati italiani si stringono a coorte gridando a squarciagola l’inno di Mameli e incitando gli undici in maglia azzurra, quegli undici ambasciatori della Patria in grado di unire popoli e realtà distanti e divise, capaci di plasmare nuovamente un’identità nazionale, di sancire l’ennesima ripartenza, scoprono che la fortuna non aiuta più gli audaci perché Baggio non gioca più, perché la fantasia è andata in pensione con Totti, scoprono che Buffon non è eterno, che la Nazionale confusionaria, senza idee, senza fondamenta e senza grinta altro non è che lo specchio di un fastoso Paese in decadenza. 

E’ in una triste notte di novembre che gli Italiani sognatori, in attesa di una nuova redenzione, si sentono traditi dall’intero sistema, dai loro ultimi beniamini e mestamente testimoniano come anche l’ultimo dei grandi e inossidabili marchi di fabbrica Italiani, il “catenaccio”, è stato ormai ceduto all’estero perché la Svezia non ha solo l’Ikea.